genitore giorno propria crisi prima nostra figli stato persona proprio società incontro delle esperienza umano propri nostro capacità sempre essere mente cookie tempo soprattutto dello condizione anche personale persone senso lavoro altri possibile parte tutti grande mentale umana bambini fenomeno quando molto sociale mondo nella psiche scuola famiglia Lavoro giovani
2^ ed.Evoluzione e dinamica della psiche 1^ parte
Se davvero ci interessa comprendere le radici della devianza giovanile; della violenza dilagante; l'anaffettività; del caos morale e valoriale che incombe non basta cercare risposte approssimate e superficiali divenute ormai "frasi fatte", ma occorre impegnarsi, studiare e comprendere l'iter della formazione psichica e successiva evoluzione. Proponiamo quì in seconda edizione una traccia, in diverse puntate, del fenomeno in questione ripercorrendo le fasi evolutive dello sviluppo.
Nonostante la nostra condizione di così detta società evoluta, civilizzata e moderna, persiste, in alta percentuale, la convinzione che i bambini piccoli non capiscono e che non è molto importante, per gli stessi almeno nei primi anni di vita, ciò che accade nel loro ambiente affettivo. Vedremo invece come, proprio l’esperienza primaria, si vada ad organizzare come matrice determinante nel complesso universo psicologico individuale.
Il presente lavoro è frutto della trascrizione di una conferenza sul tema:”Evoluzione e dinamica della psiche” tenuta dalla sottoscritta per genitori di alunni della scuola dell’infanzia e scuola primaria.
Propongo una panoramica relativa alle “fasi dello sviluppo”, nel processo evolutivo della persona, fenomeno in continuo divenire che inizia con la nascita e praticamente non termina mai. Quando il bambino nasce e fino a qualche mese di vita è caratterizzato da una sorta di egocentrismo in quanto si considera il centro del mondo e vive un rapporto simbiotico con la madre; egli, infatti, non elabora l’esperienza dell’oggetto personale; la figura materna può anche essere sostituita in questa fase senza che il piccolo se ne renda conto.
Stiamo parlando della prima fase evolutiva del bambino quella che Freud definì: la fase orale. Fase che inizia intorno ai ¾ mesi di vita e si compie sfumando intorno all’anno di età. In questa fase emergono in primo piano la manipolazione e stimolazione orale sulle quali è accentrato tutto l’interesse del bambino il quale, com’è noto, porta tutto alla bocca che assolve funzione di organo conoscitivo. In prossimità della fine della fase orale (c.ca 1 anno) il bambino elabora nella sua esperienza e nelle sue rappresentazione quella persona che si prende cura di sé facendone la madre.
In questo stesso periodo (8-12 mesi) inizia e si realizza, quella che Bolby definì, la fase di attaccamento. Cardine della fase di attaccamento è il fatto che il piccolo sperimenta il genitore come un punto di riferimento auto conoscitivo, come un asse intorno al quale ruotare per sperimentare se stesso, come uno specchio nel quale scorgere la propria immagine o come un indicatore che va a misurare, però, lo spessore qualitativo di tutta quella serie di fenomeni che descrivono la qualità di un rapporto umano che in questo caso è il rapporto per eccellenza essendo quello con sé stessi; definibile anche: l’immagine di se; la prima esperienza massiccia relativa all’immagine di se è l’autostima.
Le forme di “attaccamento” si distinguono in tre tipi: Attaccamento sicuro; attaccamento insicuro; attaccamento misto o ansioso. La qualità dell’ attaccamento, che andrà poi a rappresentare, in maniera più o meno stabile, la modalità con la quale il soggetto tenderà a porsi in relazione nel prosieguo della sua esistenza, sarà definita intorno ai tre anni tre anni e mezzo.
Prima di fare alcuni esempi relativi ai diversi tipi di attaccamento è opportuno precisare che i termini: sicuro, insicuro e misto/ansioso non descrivono caratteristiche dell’attaccamento, ma caratteristiche del sé.
Attaccamento sicuro
Ricordiamo che il bambino è egocentrico e pertanto riconduce tutto a se: se le cose vanno bene vuol dire che io sono bravo, capace, potente; se le cose vanno male vuol dire che è colpa mia, non valgo, sono incapace.
Supponiamo la classica situazione del pupo che piange, perché ha fame.
La mamma assertiva ed attenta lo tira su, gli da il latte, aspetta il ruttino e lo rimette a dormire. Poco dopo piange di nuovo la stessa mamma lo tira su, si interroga sul perché del pianto e deduce che un po’ di camomilla lo aiuterà nella digestione. Ancora una mezz’ora e il piccolo piange di nuovo; la madre attenta e premurosa indaga, si avvicina e scopre che il piccolo va cambiato. Lo lava, lo cambia, lo coccola e lo rimette a dormire.
Il piccolo fa un’esperienza positiva di se stesso. Ha chiesto di mangiare ed è arrivata la pappa, ha chiesto di essere sollevato dal mal di pancia ed è arrivata la cura, ha chiesto di essere pulito ed è arrivato il cambio; la sua esperienza si traduce in sicurezza di se stesso: posso fidarmi di me, delle mie capacità di chiedere ed ottenere.
Dr.ssa Elisabetta Vellone